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MARTIN CREED

05.12.2015

BASE / Progetti per l’arte dal 5  Dicembre  al 6 Febbraio presenta la mostra di Martin Creed, concepita appositamente per lo spazio non-profit di Firenze. Il vernissage diversamente dal consueto avverrà in una data a sorpresa decisa dall’artista che sarà presente e che intende così spostare l’attenzione sulla fruizione dell’opera più che sull’evento connesso alla sua presentazione.

Il progetto di Martin Creed per BASE / Progetti per l’arte è animato da differenti opere che fanno percepire lo spazio fisico allo stesso tempo espanso, compresso, dilatato e pieno. Questo avviene grazie all’equilibrio degli interventi “Work No. 920” del 2008 (wall painting), “Work No. 672, FRIEND” del 2007 (neon), “Work No. 2199” del 2015 (quadro con geometrie in gesso), “Work No. 1597, Laura” del 2013 (ritratto), “Work No. 2097” del 2014 (quadro astratto) e “Work No. 921” del 2008 (wall painting). Le opere si distribuiscono nei due spazi, da sinistra a destra, come a “perimetrare” per evidenziare, ma anche per rarefare i confini fisici della scatola architettonica in cui si manifestano.

Le forme geometriche o astratte, come gli environment o le installazioni, sono sempre per Martin Creed non il fine bensì il mezzo per creare un dialogo con il contesto. Questo approccio è portato alle estreme conseguenze nel progetto a BASE dalla presenza della scultura “Work No. 1638” del 2013 a forma di ziggurat di 5 longarine di ferro di misura decrescente poste una sopra l’altra. La scultura, ingombrando il centro dello spazio, destabilizza la possibilità di una visione contemplativa delle singole opere, costringendo lo spettatore a vivere quel luogo come un landscape composto da vari rumori di fondo. Inoltre, la scelta di non far coincidere l’inaugurazione con il giorno dell’apertura della mostra, è il modo da parte dell’artista di creare un tempo di attesa e far riflettere in maniera delicata sulla relazione che esiste oggi tra l’opera e l’evento, connesso alla sua presentazione nel mondo dei media, quello sociale e del sistema dell’arte.

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GIUSEPPE GABELLONE

20.5.2015

Il progetto di Giuseppe Gabellone per BASE / Progetti per l’arte si concretizza nel gesto, semplice quanto pieno di significati, del voler spostare un elemento esterno dell’illuminazione pubblica all’interno dello spazio espositivo. In questo modo Base, che è un luogo fondato da artisti che invitano altri artisti al fine di creare uno spazio di dibattito democratico sull’arte contemporanea e sul suo ruolo nell’attuale società del villaggio globale, sarà illuminato soltanto negli orari in cui sono attivi i lampioni comunali. Questo preciso atto progettuale – scultoreo, installativo, surrealista e duchampiano – è il mezzo che l’artista ha scelto per evidenziare la relazione intensa di contrasti tra l’arte contemporanea e la culla del rinascimento, ma anche e soprattutto il mezzo per far dialogare i due suoi disegni su carta – un intreccio di linee che compongono la scritta “Proteggi Giuseppe”- con l’opera del 1966 “Rosso, poema idroitinerante” di Maurizio Nannucci – una vaschetta di metallo smaltata di rosso riempita d’acqua su cui galleggiano dieci sfere, ognuna delle quali riporta una singola lettera, che compongono due volte la parola “rosso” – e l’intervento di Mario Airò dal titolo “Il mondo di rugiada è il mondo di rugiada, eppure, eppure…” del 1988, che consiste in un cappello di paglia sospeso al soffitto. “L’idea di inserire nella mostra queste due opere” afferma Gabellone nel descrivere il suo intervento per BASE “nasce da un’associazione poetica ai miei due disegni. Anche nell’opera di Nannucci, le lettere sono forme fluttuanti. La loro combinazione è legata al caso, al gioco, mentre il senso delle parole e della frase che compongono resta un’idea nello spettatore. Per il lavoro di Airò, invece, ho sempre associato quel cappello al soffitto e ad un colpo di vento. Adesso lo vedo anche come una specie di segno celeste in risposta al più terreno “Proteggi Giuseppe”, che suona invece come uno scongiuro.” Le due opere in questione scelte da Gabellone corrispondono per coincidenza alle opere di esordio di Airò, ma anche di Nannucci, e sempre per coincidenza questi due artisti fanno parte del collettivo di Base. Le coincidenze, naturalmente, sono sempre da cercare o da predisporre e in questo caso corrispondono all’esigenza di Gabellone di riflettere sull’idea di collaborazione e sul voler praticare un approccio artistico al di fuori di un soggetto/immagine specifico.

BASE / Progetti per l’arte presenta la mostra site specific di Christian Jankowski con opere realizzate in dialogo con il contesto di Firenze e lo spazio autogestito da artisti BASE, fondato diciotto anni fa.

“no-profit” è il nuovo progetto di Christian Jankowski pensato appositamente per l’occasione in cui il concetto, la sigla, gli ideali evocati da questa definizione possono essere analizzati collettivamente partendo dalla sua ri-proposizione in quanto oggetto (per mezzo di una scritta al neon), ma anche come racconto (tramite una lista visibile sul muro che evidenzia tutto ciò che ha reso possibile la realizzazione del neon stesso). Jankowski, con questo “intervento di matrice concettuale e relazionale”, suggerisce una visione differente di Base, sposta cioè l’attenzione dallo spazio fisico ai meccanismi, anche economici, che lo sottendono, quali l’autotassazione degli artisti del collettivo che ne permettono l’esistenza oltre alle dinamiche organizzative che di solito rimangono nascoste. Tutto ciò inevitabilmente si confronta con l’attuale situazione caratterizzata dall’economia immateriale della nuova finanza, con la comune accettazione che le informazioni in internet non sono mai del tutto corrette o verificabili e infine con le amicizie virtuali dei social network, che sono ovunque ma nelle quali nessuno è mai realmente presente. Lo sguardo di Jankowski tuttavia non si ferma al contesto di BASE bensì si allarga al luogo in cui si trova: la città di Firenze. Così, l’altra faccia della medaglia dell’installazione “no-profit” è l’opera esposta nell’altra sala dal titolo “friends to friends”. Quest’ultima consiste in una mappa della città, di una serie di fotografie e altri segni che testimoniano l’happening che ha realizzato l’artista nelle trattorie e nei ristoranti in città, in cui normalmente sono esposti al loro interno le fotografie scattate a persone famose assieme al personale o ai proprietari dei locali, come per sottolineare l’importanza o la qualità del luogo stesso. Jankowski si è fotografato con le stesse persone di questi locali ricreando la posa esatta delle foto originali (tra cui compaiono John Travolta, Rocco Siffredi, Valeria Marini, Matteo Renzi e molti altri), ma inserendosi nella scena come se fosse la sua immagine speculare. Le uniche cose che cambiano sono l’aspetto della persona fotografata con l’artista, che nel frattempo, anche se di poco, è invecchiata e un foglio con una frase che risponde alla domanda fatta da Jankowski: per te quale è la definizione dell’amicizia? Questo progetto indaga il concetto di celebrità, di intimità e di amicizia nell’epoca del villaggio globale, oltre che proporre una lettura dell’opera d’arte e dello spazio d’arte come mezzo per discutere attorno al loro ruolo nella società di cui fanno parte.

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6 proposte

27.5.2010

6 proposte (una scultura sociale) è una mostra di Erwin Wurm che riflette sull’incomunicabilità nell’era della comunicazione attraverso un cortocircuito tra affermazioni in contesti discordanti.

La nostra, oramai, è definita l’epoca della 'modernità liquida' proprio perché è caratterizzata da una forte carica di accessibilità a tutte le informazioni in tutto il mondo, di qualsiasi tipo e in tempo reale. Tale potenzialità porta il singolo fruitore a parcellizzare le informazioni e a renderle inutili poiché tolte dal loro contesto perdono di significato, fino addirittura ad acquisire una forte vena di assurdità.

Come accade spesso per le opere di Wurm anche in questo caso il progetto 6 proposte (una scultura sociale) porta alle estreme conseguenze una semplice constatazione che in questo caso riguarda la grande facilità di diffondere messaggi a tutti. Le frasi che si trovano iscritte sui muri di BASE / Progetti per l'Arte sono state scelte dall'artista in forte relazione all'attuale situazione politica italiana. Queste affermazioni derivano da un archivio di 44 testi raccolti da varie persone tutti riguardanti i pregiudizi più comuni della nostra società.

Questo lavoro è stato realizzato con il giornale tedesco Die Zeit che ha pubblicato il 27 novembre 2008 tutte le dichiarazioni su nove pagine inserendole nel suo normale impaginato.

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Copie di studio

26.3.2010

Copie di studio è un progetto di Stefano Arienti pensato per BASE / Progetti per l'Arte: differenti nuclei di disegni, nelle dimensioni, nel tipo di carta e nei soggetti, sono esposti come installazione/fregio, come quadreria o sotto forma di libri, trasformando così lo spazio e  facendo emergere una particolare dimensione di intimità.

La particolarità del progetto di Stefano Arienti risiede nella natura e nella motivazione che hanno portato alla realizzazione di questi disegni. Si tratta di immagini prodotte per un uso totalmente privato da parte dell’artista, con cui voleva documentare i disegni e le immagini che poi si disperdevano nel mondo entrando in collezioni private e pubbliche. Queste opere rappresentano un’interpretazione dei disegni da cui provengono in quanto sono ottenute attraverso l’uso della macchina fotocopiatrice ingrandendo o inquadrando un dato particolare dai disegni originali.

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ZZ

18.12.2009

Nuove opere, una scultura, un wall painting e una fotografia, sono gli elementi per stabilire una relazione inedita all’interno dello spazio di Base, e con i quali Olivier Mosset apre una riflessione sull’esigenza e natura dei luoghi d’arte oggi. Come afferma l’artista stesso, 'il wall painting è un lavoro che ho presentato più volte ed è per me sempre un’esperienza nuova, visto che è realizzato in ambienti e contesti diversi. Per me la pittura in generale è una sorta d’illustrazione o un tipo di decorazione e con la mia parete monocroma voglio realizzare un esempio più radicale di decorazione. La fotografia, invece, è un’immagine serigrafata di una motocicletta Harley Davidson. Anche se è una foto, per me si costituisce come una 'scultura' perchè nasce da una personalizzazione di questo stesso oggetto. La scultura ZZ si ispira per titolo e forma ad un progetto di Barnet Newman per una sinagoga, presentato nel 1963 al 'Recent American Synagogue Architecture' del Jewish Museum di New York. I

l titolo Zim Zum, che deriva da un termine ebreo (Tzim Tzum), rimanda all’idea di riduzione e concentrazione, ma Tzum è anche lo spazio attraverso il quale il potere creativo di Dio si manifesta e porta le cose ad essere. La mia scultura ZZ, come scrive Vincent Pécoil, aspira a una forma di trascendenza, ma installata nello spazio e posta sul suolo suggerisce un’ambizione più materialista. Il mio non è un gesto iconoclasta ma una forma di empatia…'

Il progetto per BASE nasce da 'oggetti che non sono', siano essi pitture, fotografie o sculture, e che nel loro rifiuto di parlare non smettono di ossessionarci per la loro presenza vivida e reale. Inoltre si apre una nuova questione sulla natura di quel dato contenitore che li contiene, BASE, e la città in cui si trova, ovvero Firenze.

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Progetto per BASE

25.9.2009

BASE / Progetti per l’arte presenta il progetto inedito di Pierre Bismuth dal titolo Oggetti che avrebbero dovuto cambiare la tua vita appositamente concepito per lo spazio. Per questo progetto l'artista ha invitato il pubblico fiorentino a partecipare donando, prestando o vendendo oggetti acquistati un tempo con la speranza che questi potessero cambiare la propria vita. La mostra è così una collezione di beni di consumo che non hanno mantenuto la loro promessa di cambiamento restando, in molti casi, inutilizzati e dimenticati. E' un'affermazione di disincanto, quella di Bismuth, con la quale non intende rivelare alcuna verità lasciando l'opera e il pubblico liberi di attribuire (ed immaginare) un altro tipo di 'promessa' individuale ad oggetti che fanno parte della nostra quotidianità. Nel progetto di Pierre Bismuth gli oggetti non sono soltanto delle merci. Contrariamente a quanto accade nei readymade, in quest'installazione di Bismuth non avviene una trasformazione della merce in opera d'arte attraverso il semplice travaso da un contesto ad un altro. L'oggetto acquista il potenziale di opera d'arte ancor prima che l'artista lo collochi all'interno dello spazio espositivo, attraverso la testimonianza di una promessa tradita. Questi beni di consumo hanno già perso la loro possibilità di utilizzo come merci: la loro apparenza (estetica) ha fallito e il loro utilizzo è stato così rifiutato. Paradossalmente è soltanto attraverso questo processo di trasformazione in arte, che possono di nuovo riconquistare il loro valore di merci, acquisendo così un nuovo valore d'utilizzo (inutilizzabile).

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Divide Bertocchi

23.4.2009

BASE / Progetti per l’arte ha presentato un nuovo progetto di Davide Bertocchi che l'artista descrive così: 'Il titolo Divide Bertocchi, invece di Davide (dall'inglese 'divide' - dividere) manifesta sin dall'inizio che l'intento principale del mio progetto per Base è quello di proporre una frammentazione e dispersione in progress (entropia) non soltanto fisica, degli oggetti, ma anche esistenziale. Non voglio creare un centro, ma vari interventi indipendenti: é come se io ponessi me stesso come identitá frammentata e ramificata'.
Il primo lavoro é un video che si intitola Exhaust ('marmitta' in inglese ma anche stanchezza, spossatezza..). In particolare si tratta di un montaggio di videoscaricati da YouTube: sono tutti brevissimi video amatoriali realizzati da fanatici di tubi di scarico e marmitte e relativo suono. In ogni sequenza si vede e si sente solo il rumore di un motore che romba. Infatti sono tutte prove di marmitte tra le quali un'omonima marca giapponese che si chiama appunto Bertocchi Mufflers.

Questo aspetto, pseudo biografico, si concretizza in realtà in un'azione totalmente inutile e fine a se stessa. Nell'altra sala sostano varie sculture tra le quali Le Régime che in francese vuol dire anche dieta; infatti l'opera ha un doppio riferimento ad una forma di regime personale ma anche ai regimi politici di forma subdola-mediatica. Poi ancora una scultura di acciaio inox cromato dal titolo Alpha and Omega (chicken-or-egg problem), forma ibrida tra un uovo, citazione della Sacra Conversazione di Piero della Francesca, e un disco d’acciaio. Le fattezze sono quelle di un 33 giri, anch’esso simbolo di un progresso ormai obsoleto o disco volante o semplicemente tautologia sul famoso dilemma filosofico: se é nato prima l'uovo o la gallina?

Altra scultura é una grande palla in ceramica nera appoggiata sulla base e la cui superficie sembra quella di un pianeta abbandonato o bruciato. In realtá si tratta di una copia esatta di una palla a specchi da discoteca ma dalla quale sono stati pazientementi strappati uno ad uno tutti gli specchietti (dei quali vediamo ancora le tracce sulla palla) riducendola ad una specie di scheltro inerme.

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Settecentonovantatre

13.2.2009

Settecentonovantatre sono alcune delle immagini che Armin Linke ha raccolto in 20 anni come fotografo girando il mondo per lavoro producendo all’incirca trentamila provini. Il suo è un archivio delle trasformazioni a cui l’uomo sottopone il contesto in cui va ad insediarsi o a percorrere anche momentaneamente: dalle nuove città asiatiche costruite all’alba del 2000 al recente insediamento a Dubai, dalle fila di persone che si riuniscono al fiume Gange per l’annuale rituale sacro alle foto della distese ghiacciate inesplorate del polo nord viste da un elicottero, dai ritratti alla documentazione di performance musicali o delle arti visive.

All’interno di Base queste immagini saranno presentate in quanto quadreria, come un video (Flocking)*, e come un grande index su tutta una parete in cui il concetto di associazione e narrazione per immagini avrà il sopravvento sulla singola foto. Settecentonovantatre non è l’esposizione dell’archivio di foto dell’artista, ma un modo per riflettere sulla sua ragion d’essere che coincide anche con l’utilizzo da parte del pubblico.Settecentonovantatreè una riflessione su come possono essere interpretate e quindi presentate, fruite e associate tra di loro queste immagini. Il materiale è lo stesso ma mutando l’organizzazione muta anche in un certo senso il materiale stesso.

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Fantasia

20.11.2008

BASE / Progetti per l’arte ha concluso il suo decimo anno di attività presentando una nuova installazione video di Grazia Toderi dal titolo Fantasia. Per tutta la durata della mostra, lo spazio è stato trasformato in uno scrigno prezioso e inaspettato diventando un punto di vista inedito e avvolgente, consentendo di percepire in maniera diversa lo spazio stesso ed il contesto attorno ad esso: la città e l’idea che si ha di Firenze come cittadini o turisti.

I video di Grazia Toderi - dall’alto e sulle città - nascono dalla lettura delle Città invisibili di Calvino, dal voler creare un rapporto tra la terra (e le sue luci) e il cielo che la contiene. In Fantasia abbiamo a che fare con un miraggio o anche con una sorta di Atlantide inabissata e osservata attraverso lo specchio d’acqua o forse siamo noi spettatori che osserviamo questa realtà da sotto la superficie dell’acqua. La domanda è quale dei due lati o dei due punti di vista è quello giusto. Entrambi e nessuno, visto che una delle costanti del lavoro di Grazia Toderi è la volontà di annullare la forza di gravità e posizionarci come su un altro pianeta.

La verità sta nel tempo della materializzazione di questi due orizzonti e panorami. Qui il video non rappresenta né la mappa della città né il suo panorama, ma vuol concretizzare il tempo della sua materializzazione di fronte ai nostri occhi. Il momento è quello di una trasformazione in atto. E’ una danza. È un miraggio. È una fantasia. Questa fantasia però non è fuga dalla realtà, visto che per l’artista la realtà non esiste, ma solo colui che la vuole scoprire.

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Untitled (curious016)

10.9.2008

Nico Dockx e Kris Delacourt presentano a BASE il progetto audio Untitled (curious016), un’installazione sonora/ambientale pensata appositamente per lo spazio di Firenze.

In occasione di questa mostra è stato prodotto e presentato anche il cd con gli interventi sonori raccolti durante il processo di realizzazione dell’idea. Il progetto curios016 è nato in seguito ad un workshop di una settimana al Land Foundation and Chiang Mai University Art Museum a Chiang Mai, Tailandia, in collaborazione con Building Transmissions e il Freq_out group. Quest’ultimo è stato ideato da Carl Michael von Hausswolff, curatore e artista svedese, coinvolgendo 13 altri autori scelti tra architetti, compositori, produttori, scultori e matematici per realizzare lavori sonori che utilizzano una specifica frequenza per poi comporre un unico e collettivo sound space.

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Instead of...

24.7.2008

BASE/ Progetti per l'arte ha presentato un nuovo progetto di Tino Sehgal pensato come omaggio all’attività del collettivo di artisti che hanno sempre invitato altri artisti a realizzare progetti legati alla riflessione sullo spazio o sul linguaggio dell’arte.

'Instead of allowing some thing to rise up to your face dancing bruce and dan and other things'.

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Tutti Frutti

23.5.2008

BASE / Progetti per l'arte festeggia il suo decimo anno di attività presentando un progetto speciale di Franz West pensato appositamente per l'occasione. Tutti Frutti è una mostra collettiva pensata da West, con West, è un concerto, è un presentare opere che accolgono altre opere d'arte.

Tutti Frutti è una riflessione sul ruolo dell'artista rispetto all'attuale società e una destrutturazione del concetto di autore, di opera d'arte e di contenitore così come sono comunemente accettati, per mettere in evidenza la possibilità di creare relazioni e connessioni inaspettate.
L'artista descrive così il suo intervento: 'la mostra non é realizzata da me, ma attraverso e a partire dai contributi degli artisti con cui sono da sempre in contatto. La strategia dell'intervento é quella di esprimere un'interpersonale ed effettiva materializzazione di legami di natura spirituale, non conformandosi a quella della normale autorialità dell'opera d'arte. Originariamente volevo diventare un gallerista, ma alla fine degli anni sessanta a Vienna, a causa di una serie di motivi economici non mi è stato possibile. La mia galleria avrebbe avuto l'aspetto di questa mostra, e quindi é una comprensione tardiva e artificiale del mio desiderio. Naturalmente nessun oggetto è in vendita. Tutto questo vuole lasciarsi liberamente interpretare e se questo atteggiamento verrà capito il progetto avrá adempiuto al suo scopo'.

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Changing

16.2.2008

Surasi Kusolwong descrive così il suo intervento: 'nella prima stanza 20 luci circolari e fluorescenti installate casualmente sulla parete circondano e avvolgono sei collages le cui immagini associano pubblicità lussuriose a riferimenti di arte povera, minimalista e concettuale, mischiandole anche con immagini popolari, di movimenti sociali e politici.  Sul pavimento 7 specchi rettangolari disegnano un angolo a 45 gradi e sopra di essi un oggetto d’argento penderà dal soffitto. Questi elementi definiscono il contesto e predispongono il luogo per far accadere delle cose il giorno dell’inaugurazione. Una donna bella e affascinante entrerà nella stanza e appenderà il reggiseno all'oggetto d'argento. Successivamente un uomo e una donna con delle piccole frasi scritte sul corpo cammineranno verso il pubblico'.

Il progetto per BASE - Changing (I think there is something going on here) -  come tutti gli altri suoi interventi, più che una performance risulterà in un happening collettivo in cui tutti i partecipanti sono allo stesso modo attori e autori di quell’istante e di quel risultato che chiamiamo arte.

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Zone

22.11.2007

La mostra Zone è appositamente concepita da Carsten Nicolai per lo spazio di BASE. Il titolo deriva da un termine slang usato dai berlinesi per indicare un tedesco della ex DDR. Nicolai è un tedesco dell’est. La Zona però è anche il luogo in cui si svolge la ricerca della stanza in cui si realizzano i desideri nel film Stalker del 1979 di Andrej Tarkovskij. Il regista russo ha vissuto gli ultimi anni della sua vita proprio in Via San Niccolò a Firenze e la mostra così si configura come un dialogo ipotetico tra lo spazio mentale-fisico di attesa in cui faceva immergere ed agire i suoi personaggi, quello reale conosciuto dal regista e quello reale da cui noi, in quanto spettatori, facciamo questa nuova esperienza.
Nicolai, attraverso un’installazione sonora e altri piccoli oggetti avvolti di mistero, crea all’interno dello spazio apparentemente vuoto di BASE un luogo nuovo che stimolerà lo spettatore sia a livello fisico che psichico facendolo interrogare sulle sue reazioni e presenza lì in quel dato istante spazio-temporale. L’intento dell’artista, come sin dall’inizio del suo percorso artistico, è quello di superare la scissione fra i diversi livelli della percezione, lasciando esperire fenomeni fisici come le frequenze luminose e sonore in uguale misura.

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Peter Kogler

10.10.2007

L'intervento di Peter Kogler per BASE consiste in un complesso disegno su fondo bianco - generato al computer - che costituisce la pelle temporanea del pavimento dello spazio di Base.

Le immagini stereotipate di un cervello e di una mappa del mondo interferiscono soprammettendosi a due fasce decorative, l'una di colore rosso e l'altra di colore verde, che si stendono in un movimento ripetitivo all'interno dello spazio mettendo in connessione le due stanze. Le vetrate dello spazio di Base, che lo separano dall'esterno, sono inoltre dei filtri alternati di colore monocromo trasparente verde e rosso.

In questo lavoro Kogler analizza l'interazione tra la struttura geometrica e la luce facendo riflettere lo spettatore sui pre-requisiti della percezione. Guardando il lavoro da fuori attraverso le finestre colorate, infatti, questo viene modificato: a seconda del colore attraverso cui guardiamo l'interno dello spazio, una parte del disegno sul pavimento sparisce. Una volta entrati dentro lo spazio invece il lavoro è percepibile nella sua interezza, come se improvvisamente ci venisse rivelato un aspetto invisibile fino al quel momento della nostra percezione. Questa è un'opera sulla percezione, sull'inganno e sulla meraviglia della visione, ma che rivela allo stesso tempo e in maniera molto sottile delle analogie con i sistemi di comunicazione dei network globali.

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